Cadde l’Angelo, Fabio Ghezzi, Mursia. Oltre il fantasy

16 Maggio 2009

Da aprile 2009 in distribuzione su tutto il territorio nazionale:
Cadde l’Angelo

Copertina di Cadde l'Angelo, fanio ghezzi, mursia

Autore: Fabio Ghezzi
Editore: Mursia (2009)
EAN: 9788842541073

Quarta di Copertina: “Ascoltami” riprese Vavàr “Ormai sei debole. E’ un’eternità che non Assaggi il soave piacere del peccato. Siamo ciò che siamo, è il Nostro Destino. A che ti vale questa inutile pazzia?”

Varsavia, 1942. Mentre tra le vie del ghetto ebraico si scatena la follia degli uomini, Humana Kartak cerca una strada per liberarsi dal suo destino di Demone dannato costretto a godere del Male. In un secolo di carnefici e vittime, l’Angelo caduto combatte una lotta solitaria e disperata per superare la sua natura, sfuggire all’eternità e conquistare il diritto alla sofferenza e alla vita. Un romanzo oscuro come la notte, con i tormenti e le avventure di un Demone che vuole farsi umano, mentre gli uomini si fanno Demoni.

booktrailer. Cadde l'Angelo. fabio ghezzi. Mursia editore.

30 Marzo 2009

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booktrailer. Cadde l’Angelo. fabio ghezzi. Mursia editore.

30 Marzo 2009

In confronto Goebbels era un fanciullino

24 Febbraio 2009

In confronto Goebbels era un fanciullino. L’insieme di retoriche azionate a comando e vittoriosamente nel caso della ragazza presa di forza per sentenza giudiziaria e messa a morte senza moratoria si fondava sull’alone tragico del dolore di un padre. Sfida morale azzardata ma a suo modo grandiosa. L’agorà e la vita pubblica di un paese e delle sue istituzioni al servizio di una grande storia privata. Beppino ci aveva sempre assicurato di questo che solo contava per lui: offro la mia voce di padre a una bella ragazza, mia figlia, che mai avrebbe voluto vivere così, e basta. Invece niente basta. Beppino dava voce a se stesso, e perfino ai suoi ricordi ideologico-politici rispolverati a nemmeno due settimane dall’esecuzione pubblica di sua figlia, e dunque dava voce alla coorte dei suoi consiglieri e medici e specialisti e politici che hanno aspettato il giorno della morte di Eluana per scatenarsi e dire finalmente in pubblico la verità: è stata una nuova Porta Pia, un avanzamento nella eterna lotta dello spirito umano contro l’oscurantismo della chiesa. Loris Fortuna, il divorzio, l’aborto e poi, perché no?, l’eutanasia.

La famiglia Andreatta ha accudito nove anni il congiunto. Ha aspettato che arrivasse la sua ora senza violare il mistero, anche scientifico, di quel sonno. Ha fatto in tempo ad accompagnare Giorgio Napolitano, in visita a Bologna, al suo capezzale. Segno che Beniamino Andreatta era tanto vivo da potersi permettere una visita del capo dello stato, capace di firmare il registro degli ospiti ma non il decreto del governo per la ragazza. Non c’è stato chiasso, c’è stato rispetto intorno a quel letto. Un lungo silenzio di nove anni ha scandito un tempo di vita così particolare, dolori così particolari e privati. Nel caso in questione, invece, c’è stata una continua richiesta di silenzio, il silenzio come silenziamento delle ragioni degli altri, e un grande chiasso. E una continua richiesta di rispetto, ma nessun rispetto. Chi come alcuni di noi voleva lasciare Eluana Englaro alle suore che la accudivano ha espresso le sue idee con le corde vocali tarate sul dogma fuori discussione della sua libertà, espressa dalla voce del padre che parlava a nome della figlia. Eluana voleva evadere da quella prigione della carità cristiana, voleva essere “liberata”. Ma no, illusione, in un paese di bari come il nostro era chiaro quello che si poteva sospettare ma non si doveva dire: la voce non era quella di Eluana, era quella di Loris Fortuna e del suo devoto papà Beppino, pronto al comizio e al talk show, naturalmente per dare voce a tutti gli altri dopo Eluana.

È dunque acclarato che è stata compiuta una gigantesca operazione politica, giurisdizionale, ideologica e religiosa brandendo come strumento il corpo di una ragazza e un padre chino nell’ascolto della sua voce giovanile. Eppure, ecco perché dico che Goebbels al loro confronto era un fanciullino, sono riusciti a diffondere l’idea che fossero i preti e lo stato e altri orrendi devoti, nella figura di un papa tedesco e di un premier caudillo, ad accanirsi sul corpo di una ragazza e a violare un dolore privato. Bestiale. Chi accudiva quel corpo e desiderava rifornirlo di cibo e di acqua; chi non sarebbe mai uscito dal silenzio rispettoso che lo circondava, alla Andreatta, è stato imputato di estremismo chiassoso, di strumentalismo politico bieco, di uso di un corpo di donna a scopi ideologici. Chi ha messo in piedi il grande circo mediatico giudiziario, chi ha perseguito per la ragazza il destino dell’eutanasia passiva o, se preferite fidarvi di un baro, “l’omicidio del consenziente”; chi ha mentito dall’inizio alla fine, scambiando in una tragicommedia di imposture la propria flebile voce con la possente e simbolica voce di lei, passa o dovrebbe passare per rispettoso curatore e tutore della libertà di coscienza. Non ho mai provato un simile schifo in vita mia.
Luciano Ferrara, il Foglio, 23 febbraio 2009.

Caso Eluana, parla l'ateo Jannacci: allucinante fermare le cure

6 Febbraio 2009

«La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio»

MILANO - Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c’è nemmeno un filo dell’ironia che da cinquant’anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l’alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».

È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo? «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».
Ma una volta che il cervello non reagisce più, l’attesa non rischia di essere inutile? «Piano, piano… inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l’idea di non potergli più stare accanto».
Sono considerazioni di un genitore o di un medico? «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia…». Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro? «Bisogna stare molto vicini a questo padre». Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte? «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover “staccare una spina”: sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».
Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza? «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina». Quarant’anni fa la pensava allo stesso modo? «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti”. Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, “così può attaccarsi a loro finché vuole”… ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C’è anche dell’altro, però».
Che cosa? «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Fabio Cutri
Fonte e Copyright: Corriere.it

Riporto questo articolo tratto dal Corriere della Sera di oggi per un motivo semplice; ciò che dice Jannacci è ciò che avrei detto io, o avrei voluto dire io se ne fossi stato capace, durante l’intervista. Non riesco ad essere diplomatico, parlando di alcune tematiche, come lo sono nella vita di tutti i giorni; sarei drastico, aggressivo, veemente e prevaricatore, se dovessi affrontare una intervista simile. Invece le parole di Enzo sono limpide, chiare, coerenti e pacate. Se ne fossi stato capace, le avrei dette io.

Caso Eluana, parla l’ateo Jannacci: allucinante fermare le cure

6 Febbraio 2009

«La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio»

MILANO - Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c’è nemmeno un filo dell’ironia che da cinquant’anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l’alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».

È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo? «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».
Ma una volta che il cervello non reagisce più, l’attesa non rischia di essere inutile? «Piano, piano… inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l’idea di non potergli più stare accanto».
Sono considerazioni di un genitore o di un medico? «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia…». Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro? «Bisogna stare molto vicini a questo padre». Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte? «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover “staccare una spina”: sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».
Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza? «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina». Quarant’anni fa la pensava allo stesso modo? «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti”. Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, “così può attaccarsi a loro finché vuole”… ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C’è anche dell’altro, però».
Che cosa? «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Fabio Cutri
Fonte e Copyright: Corriere.it

Riporto questo articolo tratto dal Corriere della Sera di oggi per un motivo semplice; ciò che dice Jannacci è ciò che avrei detto io, o avrei voluto dire io se ne fossi stato capace, durante l’intervista. Non riesco ad essere diplomatico, parlando di alcune tematiche, come lo sono nella vita di tutti i giorni; sarei drastico, aggressivo, veemente e prevaricatore, se dovessi affrontare una intervista simile. Invece le parole di Enzo sono limpide, chiare, coerenti e pacate. Se ne fossi stato capace, le avrei dette io.

L'aereo decolla contro vento

26 Gennaio 2009

L'aereo decolla contro vento. Henry Ford

«Ricorda che l’aereo decolla contro vento, non con il vento in coda…Sta a te: puoi credere di farcela o credere di non farcela. In entrambi i casi i fatti ti daranno ragione.»

Henry Ford

L’aereo decolla contro vento

26 Gennaio 2009

L'aereo decolla contro vento. Henry Ford

«Ricorda che l’aereo decolla contro vento, non con il vento in coda…Sta a te: puoi credere di farcela o credere di non farcela. In entrambi i casi i fatti ti daranno ragione.»

Henry Ford

Miracoli

25 Gennaio 2009

Miracolo, Milano

« Chi non crede nei miracoli, non è un realista. »

(da L’Ange des enfants)

MM - Romanzo

24 Gennaio 2009

Ti ricoderai - Libro - Ewn Garabandal

Ho terminato la prima stesura del nuovo romanzo, intitolato provvisoriamente “MM”. Si tratta di un romanzo di costume. Il lavoro di revisione del testo è in programma nei prossimi mesi. L’uscita del lavoro è ancora da stabilire.