promettono loro la libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione, perché uno è schiavo di ciò che lo ha vinto. {seconda lettera di pietro 2:19}
leggevo l’ennesimo [inteso come ulteriore, piuttosto che ritrito] intervento filo-scientifico [devo ancora bene comprendere come, e in base a cosa, vengano attribuiti i galloni dell'affidabilità attorno alle cosidette "ricerche" di enti e università in giro per il mondo] pubblicato da un quotidiano nazionale. ci si interrogava sul gioco d’azzardo.
ho trovato che la descrizione neuroscienziato rosario sorrentino, direttore dell’ircap [istituto di ricerca e cura degli attacchi di panico], questa volta rivolta al “mal di gioco”, possa essere tranquillamente estesa ad una amplissima gamma di fenomeni sociale e psicologici:
«Si profila sempre più il rischio di una addiction generation, una generazione dipendente cioè da una scarica di dopamina extra per provare sensazioni fuori dall’ordinario, con il pericolo di una “porta d’ingresso” verso comportamenti caratterizzati da aggressività , impulsività, rabbia e con una chiara matrice sociopatica».
Prosegue
«Quando la compulsione, la patologia al gioco [io qui immagino di sostituire la parola con altri comportamenti oggi perfettamente "normali" e "accettabili"] attecchisce nel cervello, quest’organo appare sempre più in affanno perchè non riesce, con il contributo della corteccia prefrontale, a frenare, neutralizzare il desiderio smodato, irresistibile e impulsivo di giocare [come sopra]. È a questo punto che la persona è in balia del demone del gioco [idem come prima], cioè schiava del piacere e del bisogno di ribadire emozioni di intensità crescenti da vivere individualmente senza alcun tipo di freno».
se in via ipotetica rimpiazzassi “il demone del gioco” col demone del malinteso senso di “libertà” alla quale tutti oggi s’appellano, supremo ordine cosmico, dai volgari tribunali televisivi ai commenti [commenti? sob] lanciati a casaccio su una qualsiasi pagina web, del quale tutti si riempono la bocca, così che trabocchi, gonfiando in modo abnorme le guance, mozzando il fiato… una libertà vuota che reclama dignità e plausibilità soltanto in/per sé stessa, senza forma, senza matrice, senza coordinate.
una libertà che non è, ne più ne meno, che semplice relativismo, indifferente relativismo de quàter franch; una libertà intesa come ammorbante e ingenuo e ignorante vuò|to.
sempre estremista, fanatica, autoreferenziale e indiscutibile. sempre diritto e mai obbligo. sempre suprema, mai umile. sempre razionale, mai ragionevole. sempre imperativa, mai misericordiosa. una libertà piagnulenta che si presenta con il volto serenissimo e politically correct d’un angelo perseguitato, con le mani sporche di sangue intrecciate dietro.
è la libertà a renderci liberi, o è la verità che ci rende liberi?